martedì 23 gennaio 2018



RECENSIONE: THE INHUMANS (SERIE TV)





 Ho cercato di guardare The Inhumans, miniserie di 8 puntate, senza lasciarmi influenzare dalle numerose critiche lette qua e là in rete (più che critiche diciamo vere e proprie stroncature…), ma non c’è stato niente da fare: la serie è effettivamente insalvabile.

I boss della Marvel avevano dapprima annunciato il film The Inhumans in uscita per il 2019, e noi fans tutti con l’hype!, visto che gli Inumani sono personaggi davvero intriganti, con molte tematiche su cui poter costruire un buon plot e tante peculiarità; e invece no, decidono di farci una serie, sempre inserita nel MCU, ma senza sfruttare tutto ciò che i personaggi avrebbero potuto dire.
 Già nella seconda stagione di Agents of Shield si era iniziato a parlare di cristalli terrigeni e in seguito degli Inumani stessi, essendo Daisy una di loro, e qui c’è il primo punto a sfavore: perché non inserire in una puntata di AoS qualche Inumano e/o un qualche Agente nella serie a loro dedicata? Niente, nessun collegamento tra le due serie. E vabbè.

Nel mondo Marvel, the Inhumans ovvero gli Inumani (creati da Stan Lee e Jack Kirby) sono una razza antichissima. Gli alieni Kree (che sono apparsi nella 5a stagione di AoS) arrivarono sulla Terra 25mila anni fa e presero alcuni umani per potenziarli geneticamente e usarli poi come armi per le loro guerre, ma poi li abbandonarono a loro stessi; costoro erano gli antenati dei moderni Inumani, e  vivranno nascosti per secoli, nella loro città, Attilan, tra i monti dell’Himalaya (poi si trasferiscono nella Zona Blu della Luna, ultimamente in una base volante sopra NY)
Attilan
organizzandosi in un rigido sistema di caste e sotto la guida della famiglia reale. Come viene narrato nel primo numero della serie a fumetti uscita nel
1965, lo scienziato Randac si accorge che, se sottoposti alle nebbie terrigene, gli Inumani acquisiscono incredibili poteri , diversi per ogni esponente della razza: questa pratica diventa poi un vero rito di iniziazione. Quindi abbiamo una famiglia reale dominante,  la popolazione inumana composta da individui con particolari poteri che vive n una città ipertecnologica e benestanti, e la casta inferiore che viene e schiavizzata nelle miniere, i Primitivi Alfa, che nel fumetto sono ominidi e nella serie tv persone normali ma senza poteri; già da questo si capisce come siano singolari questi personaggi e come si poteva sviluppare la serie, cosa che è stata fatta solo in parte.
Nei fumetti, la famiglia reale composta dal re Black Bolt/ Freccia Nera, sua moglie Medusa e una serie di parenti (Crystal, Gorgon, Karnak, Triton e anche il cane teleport Lockjaw) incontrano più volte i Fantastici quattro, i Vendicatori e gli X-Men, dando vita ad appassionanti avventure; uno dei più gravi pericoli per gli Inumani è costituito dal fratello pazzo di Freccia Nera, Maximus, che vuole impadronirsi del potere (ovviamente).


Tutta la serie tv è basata su questo tema. Maximus qui è meno pazzo che nel fumetto, non ha poteri (nei fumetti li ha, son poteri di controllo mentale) e convince i primitivi Alfa a ribellarsi alla famiglia reale, cacciarli e mettere lui sul trono. Così, Freccia Nera, Medusa, Crystal con Lockjaw, Karnak e Gorgon e Triton fuggono sulla Terra, guarda un po’ alle Hawaii (perché girare lì è fiscalmente comodo) e inizia una serie di avventure per nulla appassionanti e anche stupide, specie nel contatto con i terrestri.  
Ora, i poteri del gruppo effettivamente non sono facili da rendere. Freccia Nera ha una voce devastante, quindi deve restare muto, e visivamente non è il massimo vederlo gesticolare; l’attore poi ha zero carisma. Medusa ha dei lunghi capelli rossi che si muovono, ma l’affetto viene reso malissimo e solo nella 1° puntata, poi glieli tagliano a zero e in tutta la serie è rasata, quindi resa in pratica umana. L’attrice comunque è carina e bravina. Non male anche Crystal, che ha poteri sugli elementi, ed è molto carino anche come viene reso il teletrasporto di Lockjaw, una delle poche cose positive. Karnak, che ha il potere di trovare il punto debole delle cse e distruggere facilmente coi suoi colpi di karate, sembra un cretino e Gorgon, che ha piedi di cavallo, viene eliminato quasi subito, così come Triton, un uomo-pesce, si vede in  pochi episodi, forse perché non sapevano bene cosa farsene di uno coi piedi equini e uno dall’aspetto ittico.
Maximus è interpretato da Iwan Rehon, il Ramsay Bolton del Trono di Spade (da un Bolton a un Boltagon il passo è breve… eh eh eh! questa la capiranno in tre!!! :-D ),
Maximus/Iwan Rehon
una spanna superiore a tutti gli altri, l’unico a tenere a galla lo show che nel complesso appare insalvabile. I costumi sono uguali, e va bene; le scenografie di Attilan sulla Luna sono davvero misere, lontane dalle grandiose immagini di Jack Kirby e degli altri disegnatori Marvel; il montaggio è davvero pessimo, la sceneggiatura semplicistica, i colpi di scena troppo pochi per evitare gli sbadigli.
Di tutto ciò devono essersi resi conto anche i boss della Marvel, che hanno cancellato la serie. Vedremo mai il film? Se deve essere realizzato così, speriamo di no; mi chiedo però come continuerà la storia in Agents of Shield.
Non ci resta che aspettare per scoprirlo!

Le immagini sono copyright degli aventi diritto e sono state utilizzate al solo scopo illustrativo.




giovedì 18 gennaio 2018



Recensione: Nell’ombra e nella luce di G. De Cataldo




Genere: giallo storico
Pagine: 218
Editore: Einaudi
Anno: 2014
Collana. Stile libero big
Prezzo di copertina: € 14



Sinossi:

1848. Nella Torino di Carlo Alberto, che si accende a giorno con mille fanali per l'illuminazione a gas, un'ombra turba la festa. È l'ombra lunga di un demonio col naso d'argento, che somiglia a Scaramouche, ma strazia giovani donne. Il suo nome è solo sussurrato. Prima che la paura del misterioso Diaul generi rivolte, dovrà scendere in campo Emiliano Mercalli di Saint-Just, giovane ufficiale dei Carabinieri Reali, eroe di Pastrengo. Ma l'aitante Emiliano è un po' confuso. Come fa il Diaul a riempire di terrore le notti dei buoni cittadini, se lo stesso Emiliano l'ha spedito da un pezzo all'Ospedale dei Pazzarelli? E oltretutto dopo una caccia all'uomo che gli ha fatto perdere il suo migliore amico, il molto sapiente medico-detective Gualtiero Lancefroid, e la bellissima, affascinante, troppo libera fidanzata, Naide Malarò, idolo dei teatri cittadini.

Con il maldestro, coraggioso, contraddittorio Emiliano di Saint-Just, chiamato a investigare su efferate uccisioni, opera di uno sfuggente criminale che somiglia a un diavolo, Giancarlo De Cataldo ci trasporta in una Torino divisa tra slancio progressista e reazione, nuove tecnologie e vecchi pregiudizi, inconsueta per l'occhio di oggi, ma nella quale è facile ambientarsi per la naturalezza e la precisione dei dettagli: da una nuova grande piazza appena costruita alla mefitica paludosa Vanchiglia, a un gran ballo a Palazzo Carignano, a un dinamicissimo Ghetto dove gli ebrei combattono per non diventare il capro espiatorio della rabbia e della paura di tutti. E sotto i nostri occhi, mentre un Cavour infuriato rischia di esser preso a bastonate dal reazionario duca di Pasquier, e le alte sfere consigliano al giovane carabiniere di cercare il colpevole preferibilmente negli strati piú bassi e «infami» della città, impartendogli una lezione di modernissimo controllo sociale, si svolge una vorticosa, molto attuale commedia umana. Le opposizioni private e pubbliche di gelosia e amore, obbedienza e libertà, viltà e coraggio, politica e crimine, tipiche del futuro carattere nazionale degli italiani, fanno qui le prove generali, come a teatro. E il Diaul, che sia un mostro malvagio, un assassino seriale o la pedina di un complotto politico, diventa la cifra, il luogo geometrico delle contraddizioni di tutti. Senza smettere di far paura, tutt'altro.




Questo è il secondo romanzo di De Cataldo che leggo (il primo è stato il mitico Romanzo criminale) , e anche stavolta sono rimasta soddisfatta.
Il magistrato-scrittore dunque riesce a incuriosire e appassionare anche quando ambienta le sue storie in un’altra epoca storica. Per questo romanzo ha scelto quel Risorgimento che tanto gli interessa, e che invece come periodo storico è malvisto dagli editori, come ha raccontato lo stesso autore a un incontro alla Biblioteca Giordano Bruno ( Roma ) tenutosi nella primavera del 2016 e a cui ero presente anche io. 
De Cataldo alla Biblioteca G. Bruno (ph Alessandra Leonardi)
Il romanzo è ambientato nel 1848, ma la parte centrale è un excursus sui fatti avvenuti prima dell’aggressione a Emiliano del redivivo assassino, il Diaul, ambientata nel 1846; nella terza parte si torna al 1848. Ottima scelta, il flashback dà ancora più vivacità alla storia, che non risulta mai noiosa.

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«Lui era lí, chino su di me, come quella prima sera. Vedevo la sua bocca dalla piega amara, a stento coperta dal becco argenteo. La sua voce era quella di sempre: calda, profonda, educata. Posso riferirti esattamente le sue ultime parole: "Non è ancora tempo di morire, signor Saint-Just. Sarò io a decidere quando"».

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De Cataldo utilizza nella narrazione molti termini desueti che a me piacciono molto, e calzano anche a pennello vista l’epoca in cui si muovono i nostri eroi.
(Poi però se li uso io mi dicono che ho uno stile passato e da svecchiare, ma vabbè…)

I personaggi, Emiliano, Gualtiero e Naide, sono molto ben caratterizzati; l’ambientazione è perfettamente resa, anche se De Cataldo in alcuni punti non lesina l’infodump, specie nel capitolo in cui viene introdotto il ghetto ebraico di Torino… ma lo capisco! Dopo tutti i testi che è necessario studiare per approfondire un periodo storico poi ti rode non inserire nel romanzo il frutto delle proprie fatiche, anche se potrebbe essere tagliato tranquillamente!

Non conosco bene il periodo  in questione e quindi non sono in grado di accorgermi se ci sono sviste o errori storici, ma visti i dettagli penso che l’autore abbia approfondito molto.

Circa l’edizione, è curata; la cover invece non mi piace. C’è un quadro di Fattori del 1872 che ritrae tre carabinieri dell’epoca a cavallo, e va pure  bene perché il protagonista è un carabiniere, ma sarebbe stato meglio qualcosa di più rappresentativo e/o inquietante, come ad esempio la maschera che indossa il Diaul.  Pure il titolo è troppo generico, “Nell’ombra e nella luce” potrebbe andare bene per altre diecimila storie! Anche in questo caso potevano pensarci un po’ di più e personalizzare.

A parte questi dettagli, è un romanzo che consiglio a tutti, scorrevole, piacevole, interessante e che cattura.



lunedì 15 gennaio 2018



Segnalazione: "Abissi" di Paolo Cabutto



Genere: antologia horror
Editore: Talos Edizioni
Pagine: 185
Prezzo di copertina: € 10 (cartaceo)
Link: Ibs
             


Il libro d'esordio di Paolo Cabutto è un'antologia composta da 13 racconti di genere horror.

La sinossi dell'opera:

Un vicino di casa che ci conosce meglio di quanto immaginiamo,
macabri incontri in un cinema di periferia, una stazione della metro che
sembra sussurrare il nostro nome, una tragedia shakespeariana che
diventa realtà, l’ultima giornata di lavoro di un killer professionista. La
paura prende il lettore per mano e lo conduce attraverso tredici stanze
buie, in cui l’incomprensibile e il sovrannaturale intaccano la sicurezza
della nostra quotidianità. Non resta quindi che chiudere gli occhi, trarre
un respiro profondo e gettarsi negli abissi.


I titoli dei racconti:

1 Pennellate d'inquietudine
2 L'occhio di vetro
3 Prima visione
4 Un'interpretazione da manuale
5 Il quinto piano
6 La cena
7 Pollice verde
8 Incubi di mezzanotte
9 Vapore
10 Non è lui che deve morire
11 Il bosco
12 Il bacio della morte
13 Ultima fermata




L'autore

Paolo Cabutto nasce a Bra, in provincia di Cuneo, nel 1984. Lettore
appassionato sin dalla più tenera età, è perdutamente innamorato di
tutto ciò che è arte. Ha l’Inghilterra nel cuore e trascorrerebbe la vita
viaggiando. Numerosi suoi racconti sono stati pubblicati in antologie,
siti e riviste letterarie. Scrive di libri e film sul blog culturale “Blog con vista”.
Abissi” è la sua prima raccolta di racconti.










mercoledì 10 gennaio 2018


Presentazione  “La fine del Tempo, la fine del Mondo



Autrice: Alessandra Leonardi
Genere: racconto low fantasy
Pagine: 40
Editore: Collana Starlight/Pub.me
Link: Ibs
             Kobo
             Amazon
Prezzo: € 1,49 ebook 
(N.B. A causa delle nuove politiche di Amazon, al momento non è dato sapere se dopo il 15 gennaio l'ebook potrà mantenere il suo prezzo su tale store o verrà aumentato unilateralmente dal distributore stesso).






 “Tutti sapevano che in quel periodo i Sapienti del Santuario del Ki giravano per i villaggi alla ricerca di bambini “speciali”, ma Taitun era distante dalle loro solite rotte.
Invece quel giorno arrivarono.”
Inizia così la nuova vita di Aleysha, prelevata da casa ad appena dieci anni e costretta a vivere nel Santuario insieme ad altri bambini come lei.
Aleysha ha un dono speciale e, proprio per l’energia che possiede e le abilità che apprende durante l’addestramento, si trova suo malgrado coinvolta in un progetto molto ambizioso: salvare il Mondo dalla distruzione.
Eppure, quello che desidera davvero la ragazza è di essere libera. Libera di tornare dalla mamma, di innamorarsi e seguire la strada che più preferisce. Libera di fare la sua scelta al di là di ogni obbligo. E l’incontro con Krynon la getta ancora di più nella confusione. Chi è quel ragazzo misterioso che l’aspetta nel bosco ogni giorno sempre alla stessa ora? Cosa le nasconde?
Combattuta tra scelte difficili e segreti da scoprire, Aleysha deve decidere se seguire il suo cuore o portare avanti il compito che le spetta. Il passo per liberarsi dalle catene è breve, ma ogni scelta ha le sue conseguenze… a volte imprevedibili
.





Il racconto “La fine del Tempo, la fine del Mondo”  ha avuto una genesi molto particolare.
Tutto ha avuto inizio due anni fa, quando si è manifestata nella mia testa matta l’immagine di un’anziana donna che cammina tra le rovine in un mondo desolato, in  un’eterna alba.
Ho subito buttato giù questa idea, scrivendo sul mio quadernino  quello che poi è diventato l’incipit del racconto. Mi chiedevo, anzi mi rivolgevo direttamente alla donna, domandandole: “Chi sei? Da dove vieni? Qual è la tua missione? ” In quel periodo ero molto occupata col lavoro, e non riuscivo a concentrarmi sulla sua storia, o meglio, non riuscivo ad ascoltare le risposte di quel personaggio.
Nel frattempo sono passati un paio di anni, ho avuto molte altre idee e scritto altre storie mettendo da parte questa; finalmente una notte la  vecchietta si è ripresentata nella mia mente, consentendomi di portare a termine la sua storia.
Quando poi ho conosciuto la Collana Starlight di Jessica Maccario ho pensato che fosse un racconto adatto per questa Collana! 


Jessica  è stata davvero encomiabile: la curatrice della Collana si occupa oltre che della scelta dei testi, dell'editing, delle cover e dopo l'uscita della promozione, non lasciando mai l'autore solo in questa importantissima fase. 





Scrivere fantasy è affascinante ma non  semplice, perché è facile cadere nei cliché, che sono però al contempo la linfa di questo genere!
 Ho optato per un low fantasy in cui non sono presenti orchi, elfi e draghi, e la magia è rappresentata dalla manipolazione di  questa energia, il Ki, che ritroviamo anche nel mondo reale nelle discipline orientali, nonché  da altre forze naturali che non specifico per non rovinare la sorpresa.  Delle tipicità del genere fantasy ho mantenuto l’ambientazione medievaleggiante e la caratteristica del romanzo di formazione: Aleysha, la protagonista, è una “prescelta” con un grande potere, ma essendo rimasta chiusa in un Santuario per anni, non sa nulla del mondo; è ingenua e piena di dubbi perché le sono mancati gli affetti fondamentali, e diventerà pienamente consapevole di sé e del suo ruolo solo nel finale.
Ho evitato il manicheismo presente in molti fantasy: qui chi dovrebbe essere “buono” ha molti scheletri nell’armadio, e chi dovrebbe essere “cattivo” non lo è poi così tanto, avendo le sue buone ragioni.
La relazione amorosa che ho inserito non è accessoria, anzi è fondamentale per lo sviluppo della storia. Nei miei racconti precedenti non ho mai dato molta importanza alle storie d’amore, anzi a dire il vero non sono quasi mai presenti, perché preferisco in genere dare più importanza ad altri aspetti; stavolta invece ho voluto dare risalto anche alla relazione sentimentale. Non per questo ho infarcito il racconto di scene romantiche, intendiamoci! Non è un romance! 
L'incontro con Krynon risulta quindi determinante per la sua crescita interiore.

Aleysha

Krynon







Il tema principale che ho voluto affrontare nel racconto è quello della libertà di scelta, tema che ricorre anche in altri miei racconti, ma qui è 
affrontato in maniera diversa. La domanda di fondo è: “Quanto tutti noi siamo davvero liberi nell’effettuare le nostre scelte?”  Aleysha non è mai stata libera di fare nulla, perché, a causa del suo potere ha sempre vissuto ne Santuario, come dicevo sopra, costretta a severe regole. Come diceva Spider-Man, “da un grande potere derivano grandi responsabilità”, e in genere i “prescelti” soccombono ai loro doveri; Aleysha cosa deciderà? Seguirà la sua sorte o si ribellerà? Non lo dico per non spoilerare, ma sottolineo che lei non ha le basi per costruirsi  una forte identità e non ha capacità di discernimento;  fino alla fine l’indecisione della ragazza sarà sempre presente, e questo fa di lei una protagonista atipica.

L’energia citata nel racconto, il Ki, è mutuata da discipline orientali come il reiki, l’ayurveda (dove è chiamato prana) , l’aikido, il taijiquan, ed è l’energia vitale presente in tutte le cose. Al Santuario del Ki gli adepti imparano a percepirla e utilizzarla in molteplici applicazioni, dalla creazione di sfere di energia alla manipolazione degli oggetti, alle terapie di guarigione.

La via per il Santuario del Ki


 Circa la forma, quella del racconto, io tendo a essere molto sintetica; so che i cultori del genere fantasy in genere  amano i tomi da mille e mille pagine o le saghe interminabili, ma oggi come oggi c’è anche chi desidera leggere qualcosa di veloce e autoconclusivo. Io tendo a essere molto sintetica, quindi il racconto è il tipo di narrazione in cui, almeno finora, mi sono trovata meglio.

Mi aspetto e spero di riuscire con questa storia a coinvolgere il lettore, a trascinarlo nel mondo che ho immaginato, offrire un po’ di svago e perché no, anche di riflessione sui temi trattati.
Qualche lettore ha paventato l'idea di un ampliamento o un seguito, ma dico subito che ho già trattato tutti gli argomenti che desideravo trattare in questa storia, e non avrebbe senso dilungarmi e inserire ulteriori vicende che risulterebbero iterative e inutili alla narrazione, quindi non ci sarà un romanzo basato su questo racconto.



Un estratto:

Erano in quattro, due uomini e due donne; il più anziano di loro percepì subito la mia presenza, lasciò perdere le altre case e si diresse verso di noi. Vedendomi giocare nel giardino, disse che non aveva mai percepito tanto ki in una bambina della mia età; aggiunse che sarei dovuta andare via con loro. Io non volevo, ma i due Sapienti più giovani entrarono e mi acchiapparono, senza ascoltare i miei strilli. Stavo per essere strappata per sempre al mio piccolo mondo di bambina. Il terrore s’impadronì di me, mi sembrava di soffocare mentre vedevo mia madre che usciva di casa, disperata, trattenuta a stento da un paio di vicini. Tutti sapevano che non era concesso interferire coi Sapienti: non c’era più nulla da fare. Quell’immagine velata dalle lacrime, di mia madre che gridava e piangeva nel nostro giardino fiorito, mi rimase impressa per sempre.
Neppure ricordo il momento preciso del mio arrivo al Santuario, né le ore successive: ero troppo terrorizzata, non riuscivo a ragionare.
Solo in seguito presi atto che mi trovavo in un luogo adagiato tra i monti, in un’ampia spianata ricoperta di neve.
Quella prima notte al Santuario, non chiusi occhio.”

Qualche recensione:

 Libri e emozioni di Paola Bianchi, una recensione molto accurata sia nella forma che nel contenuto.

La testa fra i libri di Shuska Zanni, una recensione sintetica e precisa.

Su Amazon e su Kobo altre recensioni dei lettori.





Mi sono anche divertita a immaginare un cast stellare per una ipotetica versione cine/tv!

Aleysha potrebbe avere il viso dolce e fresco di Chloe Grace Moretz:





Krynon, il ragazzo che incontra Aleysha,  misterioso e affascinante, sarebbe un giovane Keanu Reeves:





Marfon, il Santone Supremo: per questa figura ho avuto l’imbarazzo della scelta, alla fine ho optato per il mitico Max Von Sydow:






I personaggi minori, ma non per questo privi di importanza:

Pharna, l’amica adepta al Santuario, verrebbe interpretata da Millie Bobby Brown.




Mayla, la Sapiente a cui è stata affidato il compito di vigilare su Aleysha, sarebbe Grace Adler.


Flaura, l’amata madre di Aleysha, sarebbe Holly Marie Combs.




Siete pronti per immergervi nella storia che ho immaginato?











giovedì 4 gennaio 2018


RECENSIONE: STAR WARS VIII GLI ULTIMI JEDI












Avendo visto il film in enorme ritardo rispetto al giorno di uscita, non ho potuto fare a meno di leggere numerosi commenti e recensioni qui e là in rete, opinioni molto discordanti tra loro, quindi non sapevo cosa aspettarmi.

Il film comincia con un combattimento tra Primo Ordine e Resistenza, per passare subito dopo al punto preciso in cui era finito Episodio VII, ovvero Rey che porge a Luke la spada laser.
Luke in questo film è, come giusto che sia, un personaggio giunto al crepuscolo, tormentato e deluso, che compie però il suo dovere fino in fondo; anche Leia è al tramonto, ma … debbo dire che indossa anelli bellissimi!
Ecco, le battute umoristiche, reintrodotte nella saga dopo una lunga assenza, fanno proprio quest’effetto: sono messe un po’ a cavolo interrompendo l’epicità delle scene, però sono adatte all’epoca contemporanea (qualcuno le ha definite da cinepanettone Marvel). Nella trilogia classica erano prerogativa soprattutto del duo Han/Chewbe, qui sono divise tra le scene Pou e le scene riguardanti Finn, più altri pezzi in cui sono presenti le creaturine aliene.
Finn non ha un ruolo centrale come in Episodio VII, ha comunque il suo spazio anche se la sua missione mi ha lasciato un po’ perplessa, sia per quanto riguarda la lunghezza sia sull’utilità in sé.
 Altri personaggi introdotti nel film precedente non hanno avuto lo spazio che si presumeva, come la famigerata Phasma; ne vengono però introdotti di nuovi, come quello interpretato da Benicio Del Toro.
Il protagonista assoluto, e anche il personaggio meglio riuscito, stavolta è Kylo Ren, ovvero il lato oscuro della forza perfettamente controbilanciato da Rey, che ne rappresenta il lato chiaro. Kylo, alias Ben Solo, è molto tormentato e viene indagato a fondo più degli altri personaggi. Rey fa il suo, anche se è messa un po’ in ombra da Luke e da Kylo, con cui ha bellissimi duetti.
Una mancanza che ho avvertito nel film è stata l’assenza di un qualsivoglia legame tra Kylo e sua madre. Possibile che non si pensino, non si citino, niente? Boh.

Le creature aliene, una delle caratteristiche della saga, sono molto carine e anche  ben inserite nel contesto.

Ciò che ha fatto più storcere il naso ai fan sono state due cose specifiche: una in effetti mi è sembrata davvero esagerata, l’altra una questione molto tecnica a cui non ho dato molto peso in verità, anche se capisco che agli specialisti possa aver dato fastidio. Non entro nello specifico per non spoiler are, anche se mi rendo conto di essere criptica…

Nulla da eccepire sugli effetti speciali, sui costumi, sul trucco e parrucco, sulla fotografia  e sulla colonna sonora; il montaggio invece non mi ha del tutto convinto: alcune sequenze sono troppo lunghe, si potevano anche tagliare, tipo il rapporto Rey/Luke e la scena dell’avventura di Finn insieme a una nuova,Rose Tico.
 Il film comunque non è affatto noioso nonostante sia molto lungo, i colpi di scena non mancano anche se non sono proprio da restare a bocca aperta.

L’impressione generale è che Gli ultimi Jedi sia un film di svolta, pur restando nella scia della saga,  preludio per il gran finale che tornerà a essere diretto da JJ Abrams.
 Di certo si è  osato di più rispetto a Episodio VII, che è stato un bellissimo e sentito omaggio alla serie classica e nulla di più.  
Tutti ci chiediamo che ne sarà della Principessa Leia, data la dolorosa scomparsa di Carrie Fisher a cui giustamente è dedicato il film. Non ci resta che aspettare due anni.

In loving memory of our princess Carrie Fisher è la frase che conclude la prima parte dei titoli di coda, e anche io voglio concludere questa recensione così.






 

sabato 30 dicembre 2017


365 giorni di Infiniti Universi Fantastici

 

 










Come ogni fine anno, è giunto il momento dei bilanci... oltre che della bilancia!!! :-P 

In questo 2017 ho recensito 15 libri, la maggior parte con annessa intervista, 15 film, 8 tra serie tv e anime, 5 fumetti, segnalato 15 libri, effettuato 1 tappa di blogtour e segnalato numerose iniziative e concorsi legati al mondo della scrittura. Beh, non male!

Questi sono i libri che ho recensito:

-I mondi del Fantasy VI, di AAVV. Presto la recensione de I mondi del Fantasy VII!

- L'ora del diavolo, l'antologia di racconti ispirati alle leggende locali toscane di Alessio Del Debbio;

-La rosa oscura, l'urban fantasy di Laura Martin Montagner;

-Il Duca di ferro, racconto steampunk di Monica Serra;

-Rex di Daphne Amati e Romolo di M. Sconcerti, esperimento di recensione doppia sullo stesso argomento;

-Nora, il romanzo d'esordio di Giacomo Ferraiuolo, il re dell'horror italiano;

-Nessun dove, celebre romanzo urban fantasy di Neil Gaiman;

-Ulfhednar War, la guerra dei lupi, urban fantasy di Alessio Del Debbio, vincitore del 1° giveaway del blog. L'anno prossimo ne farò un altro, stay tuned! ;-)

- La svastica sul sole di P.K. Dick e The man in the high castle, recensione incrociata serie tv e romanzo;

-Lo scudo di Talos, di V.M. Manfredi, che mi è stato utilissimo per il romanzo storico che sto scrivendo e che spero di finire l'anno prossimo;

-Romanitas di S. McDougall, romanzo ucronico di cui spero di riuscire a leggere il seguito nel 2018;

-Il castello di Otranto di Walpole, un classico, capostipite della letteratura gotica. Un classico all'anno bisogna leggerlo!

-Caracalla, o il mito di Alessandro di Andrea Foschini, libro molto particolare, storico- poetico;

- Legio M Ultima dei Demiurghi, epic fantasy-storico.



Vorrei ringraziare tutte le persone che mi hanno seguito leggendo i miei post, specie i lettori fissi, e chi ha speso il suo tempo lasciando un commento, sempre molto graditi.
 Scrivere una recensione non è mai facile, anzi è molto impegnativo; bisognerebbe cercare di essere il più obiettivi possibile, ma questo è un blog personale e non una testata giornalistica, quindi alla fine ci metto sempre un po' di mio, non potrebbe essere altrimenti! 

Quali sono stati i tre articoli più letti nel 2018? Eccoli!

1) La recensione di "Ulfhednar War-La guerra dei lupi", romanzo di Alessio Del Debbio (postato il 15 giugno 2017)
2) Concorso letterario Libropolis (postato il 5 giugno 2017)
3) Segnalazione dell'antologia "Tutte le storie del mondo", a cura di Pietro Damiano (postato il 25 febbraio 2017)

Con la speranza di ritrovarvi qui tra queste pagine anche nel 2018, e di conquistare molti altri lettori, auguro a tutti una buona fine e un miglior principio!

                            BUON ANNO NUOVO!!!

          Alessandra Leonardi e i suoi Infiniti Universi Fantastici

lunedì 25 dicembre 2017


In occasione del Natale vi regalo questo racconto di genere paranormale, che ha partecipato al contest sul gruppo Facebook "Scrittori & lettori fantasy" per la pubblicazione su JobOk Magazine, classificandosi terzo. 
Le vicende narrate sono ispirate a fatti realmente accaduti a me medesima qualche anno fa...
Buone Feste !


                                               Gli “altri” sogni







Come ogni estate, anche quell’anno mi trovavo a trascorrere le vacanze nella cosiddetta  “la residenza estiva”, una villetta al mare  ereditata dai nonni,  situata a Lavinio, nei pressi di Anzio.
Le mie giornate trascorrevano tutte uguali: di mattina andavo in spiaggia di buon’ora, per evitare la confusione;  pranzavo a casa, facevo una pennichella sul letto e poi, nel pomeriggio, mi dedicavo alle letture, sdraiata nell’amaca tra due pini nel giardino, sorseggiando bibite fresche: unico brivido, le pigne che avrebbero potuto piovermi in testa da un momento all’altro. Prima di cena, una bella pedalata con la vecchia bici, tanto per ricordare al sangue di continuare a circolare, e in serata recupero delle serie tv che non avevo potuto seguire durante l’inverno.  Ogni tanto mi recavo in visita a qualche conoscente; il sabato sera una pizza e una birra  al solito ristorantino con i familiari, e la domenica mattina  una passeggiata nella Riserva di Tor Caldara,  in mezzo ai sugheri e ai lecci, passando tra canyon sulfurei dalle variopinte sfumature che digradavano dal bianco al bronzo, passando attraverso toni giallognoli. Al termine del tragitto si ergeva la Torre, che dopo cinquecento anni ancora proteggeva la costa da un eventuale nemico proveniente dal mare. 
Tor Caldara
Tutte queste giornate scandite  da ritmi lenti e attività immutabili provocavano in me una sorta di ipnosi da reiterazione, incrementata dall’incessante frinire delle cicale, colonna sonora di tutte le mie estati; nei giorni più caldi, l’inattività si faceva ancora più accentuata e il tedio aumentava.
Quella notte c’era un insopportabile caldo afoso e quando andai a coricarmi non riuscivo a prendere sonno, tormentata da umidità  e  zanzare. Stanca di rigirarmi nel letto, decisi di fare un giro notturno in sella alla mia bicicletta.
Percorrevo la via Ardeatina  pedalando vicino al guard-rail, con le macchine che sfrecciavano alla mia sinistra; la strada era pericolosa e a due sole corsie, con i bordi laterali sconquassati dall’eruzione delle radici dei pini marittimi. Questi alberi dai tronchi inclinati a causa delle  sferzate di vento intrecciavano le loro chiome lassù in cima, formando un tunnel naturale sotto il quale  pedalavo beata verso Anzio. Non avevo mai percorso in bicicletta quella strada data la sua  pericolosità, eppure invece di procedere con cautela volavo: le ruote sembravano neppure toccare terra. I rumori giungevano ovattati , le luci dei lampioni e quelle dei fanali delle automobili erano amplificate, con aloni enormi, come quando si va dall’oculista e ti inoculano l’atropina negli occhi per vedere cosa c’è in fondo al tuo sguardo. La luna era gigantesca, e il suo lucore creava una scia sul mare nero alla mia destra che sembrava un ponte verso l’infinito.
Prima del rettilineo imboccai una stradina laterale, un vialetto secondario sulla sinistra. 
Una scena terribile si materializzò davanti a me: un’automobile si era ribaltata  e una donna era restata intrappolata al suo interno tra le lamiere contorte! Scesi dalla bici al volo, abbandonandola con le ruote roteanti in mezzo alla strada, e mi precipitai a soccorrere la poveretta: non so con quale forza riuscii ad aprire lo sportello incastrato, a slacciare la cintura di sicurezza e a trascinar fuori la donna, che, seppur traumatizzata e dolorante, riusciva a camminare.

Quando mi risvegliai la mattina successiva, confusa e stordita, ripensai all’accaduto.
 Compresi che era impossibile percorrere l’Ardeatina quasi scivolando sull’aria, e neppure estrarre una donna dall’auto con le  mie sole forze era plausibile; ciò che era successo non poteva essere reale, e compresi di aver sognato.
 “Ma che strano sogno che ho fatto!”, pensai. Mi tirai su a fatica, ero più stanca della sera precedente e le gambe mi dolevano, come se avessi davvero pedalato a lungo. Preparai il mio caffelatte freddo, presi la pizza bianca e mi sedetti davanti alla tv per ascoltare il telegiornale regionale del mattino.
L’immagine che rimandava, col titolone sovrimpresso, era agghiacciante:
“Tragico incidente ad Anzio, donna muore in auto”. 
La pizza mi cadde di mano e non riuscii a parlare per alcuni minuti, tanto che anche mia madre si accorse del mio stato di shock; le raccontai così dello strano sogno che avevo fatto, lasciando anche lei basita.
Mi preparai in fretta per andare sulla spiaggia: volevo raccontare al più presto la vicenda a mia cugina Emilia, da sempre appassionata di paranormale. Forse lei poteva avere una spiegazione plausibile a riguardo.
Non si meravigliò più di tanto: mentre sguazzavamo nelle acque cristalline, appese a una boa lontane dalla riva, mi propose di contattare una signora di sua conoscenza, tale  Matilde Boschi, sensitiva e medium. Avevo già conosciuto in passato una donna con capacità empatico-precognitive, quindi non avevo riserve al riguardo e accettai con entusiasmo.

Matilde abitava nelle vicinanze di Nettuno, nell’entroterra, in una villetta celata allo sguardo dei curiosi dal verde rigoglioso del suo giardino. Ci accolse con uno smagliante sorriso sul suo viso curato e con poche rughe; l’età avanzata si percepiva dalle mani piene di macchie scure e un po’ adunche, per il resto camminava eretta e spedita ed era molto elegante nella sua semplicità: pochi gioielli vistosi, un prendisole a fiori e i capelli tinti di biondo raccolti in uno chignon.
Ci fece accomodare nel gazebo, abbracciato da roselline rampicanti; mentre ci offriva del the freddo in un servizio di porcellana inglese, più adatto al the caldo a dire il vero, mi spronò a raccontare il mio sogno.
Non mi feci pregare e raccontai l’accaduto con dovizia di particolari.
«Cosa sai dei sogni, bambina?» mi chiese.
«Beh, lasciando perdere tutte le implicazioni freudiane e junghiane, so che sono un’attività psichica che compie il cervello in fase di sonno REM: vediamo immagini, sentiamo suoni, rielaboriamo ciò che abbiamo vissuto, oppure viviamo i nostri desideri, o i nostri incubi peggiori…» risposi, tralasciando il fatto che ormai avevo quasi quarant’anni, altro che bambina!
«Negli ultimi tempi hanno anche stabilito che si sogna in fase non-REM, durante il sonno profondo: sono i sogni che non ricordiamo» puntualizzò Emilia, accendendosi una sigaretta.
«Freud ha affermato che i sogni sono una porta sull’inconscio; c’è andato vicino! » ridacchiò l’arzilla vecchietta. «Possiamo dire che sono un portale, un ingresso verso altri piani dell’esistenza. E poi i sogni non sono tutti uguali: ci sono quelli di rielaborazione, oppure  altri  in cui viviamo le nostre vite come vorremmo che fossero, o ancora incubi terribili… e poi ci sono gli “altri” sogni, quelli  in cui il corpo astrale si distacca dal corpo fisico e vola altrove. Questo mi sembra proprio il tuo caso» spiegò.
«Corpo astrale? Cos’è?» chiesi, incuriosita.
«Ma tu non sai niente, peggio di Jon Snow!» Emilia e io scoppiammo a ridere: anche l’arzilla vecchietta era fan del Trono di Spade! «Ci sono cinque corpi in ogni uomo, solo quello fisico è visibile, gli altri non lo sono. Questi sono: il corpo eterico, che è in soldoni la nostra energia vitale; il corpo astrale o emotivo, che può distaccarsi dal corpo fisico, ed è il tuo caso; poi ci sono il corpo mentale, cioè i nostri pensieri, e infine il corpo spirituale, ovvero l’anima»  spiegò. «Non c’entrano nulla i “sogni dell’Oltre” di Jojen Reed!» concluse, citando di nuovo la famosa serie di libri e telefilm.
«Ma perché questo mio corpo astrale è volato a salvare quella donna, riuscendoci, se invece nel mondo reale è deceduta? » domandai, più confusa di prima.
«Questo non lo so, ma un motivo ci sarà. Io mi chiederei perché proprio a te sia accaduto» rispose Matilde, versandomi dell’altro the.
«Ora mi sta mettendo paura» rabbrividii.
«Ma no, stellina! Tieni, mangia un biscottino. Li ho fatti io, eh! Sono all’anice!» Matilde mi porse la biscottiera di porcellana.
Sgranai una decina di biscotti in pochi secondi, con la tipica voracità di chi è molto nervoso.
«Per caso hai avuto un incidente stradale, in passato?» mi chiese, dopo qualche istante di silenzio.
«Sì! Come fa a saperlo? L’ho avuto qualche anno fa, sono stata in ospedale due mesi.»
Altra raffica di biscottini.
«L’ho percepito. Probabilmente sarai stata “richiamata” tu proprio perché avevi avuto un’esperienza simile. Perché non cerchi di scoprire di più su questa donna? Tutti i giornali locali hanno riportato la vicenda, con nome e cognome di quella poveretta. Pensaci.»

La sera riflettei molto sulla conversazione; presi il tablet  e iniziai un po’ di ricerche online, seduta sul divano a dondolo del mio giardino: un po’ sui sogni, un po’ sul “corpo astrale”, e un po’ riguardo la signora deceduta. Scoprii che il suo nome era Simona Marelli, vedova di soli quarant’anni, con due figli. Non sapevo cosa fare: chiamare i genitori della donna o peggio ancora i bambini mi sembrava un’invasione nella  privacy, un intromettermi del loro dolore e raccontare cos’era successo avrebbe potuto scatenare indignazione e turbamento, insomma mi potevano prendere per pazza.
Accantonai presto l’idea di comunicare con la famiglia della donna; anche Emilia era concorde riguardo il fatto di non disturbare la famiglia.
Il resto dell’estate scivolò via come sabbia tra le dita, anche se ogni tanto il pensiero di quel sogno “altro” mi turbava e  non mi abbandonava, neppure quando rientrai nella Capitale e ripresi il solito tran-tran quotidiano.

Era autunno inoltrato quando  dovetti recarmi al cimitero di Prima Porta.
Le foglie dorate frullavano nei mulinelli d’aria che si creavano  all’improvviso e fiori caduti dalle corone funebri delle persone appena sepolte adornavano anche i vialetti del camposanto oltre che le sepolture. Avevano appena tumulato una mia anziana prozia, Antonietta , e dopo il triste rito mi avviai verso un’altra area, dove giaceva mia nonna Costantina.
Durante il tragitto raccoglievo i fiori freschi abbandonati al suolo che incontravo sul mio cammino, finché lo sguardo non si posò su una lapide a forma di croce. Mi avvicinai, guardai bene la foto e sentii un tuffo al cuore: era lei,  Simona Marelli, morta ad Anzio il 7 agosto 2008.
 Percepii un ronzio alle orecchie e iniziò a girarmi la testa. Le mie gambe si erano fatte molli, e mi aggrappai alla croce.
«Grazie» udii dire alle mie spalle. La voce sembrava provenire dall’Oltretomba, e non era un modo di dire. Risuonava cupa e lontana, vibrava nella mia testa.
Mi voltai.
 Lei era lì, dietro di me, col volto disteso e sorridente.
«Perché mi ringrazi? Io non ti ho salvata. Non ti ho tirata fuori dalla macchina quella sera. Mi dispiace, non sono arrivata in tempo forse» le dissi, coi denti che mi battevano, e non per il freddo.
«Oh, no! Io ero destinata a morire quel giorno: tu hai estratto la mia anima, che era rimasta imprigionata tra le lamiere come il mio corpo. Una morte violenta provoca uno shock all’anima, che non riesce a distaccarsi.  Ora sto insieme a mio marito, sono serena. Dal luogo in cui mi trovo veglio sui miei figli. Grazie ancora! Addio!»
Quando ritornai in me, alcuni operai del cimitero mi stavano sorreggendo e scuotendo;  sopra e intorno a me erano sparsi ovunque i fiori che avevo raccolto.
«Signora… signora si svegli! Tenga, un po’ d’acqua.»
Rifiutai l’acqua, ringraziai e raccolsi i fiori che mi erano caduti di mano, spargendosi intorno. Guardai ancora un attimo la tomba di Simona Marelli, e mi  incamminai per la mia strada.
 Finalmente avevo avuto le risposte che cercavo.
Mi sentii in pace.